L’Albero di Antonia sull’ennesimo femminicidio a Perugia

Come Rete delle Donne AntiViolenza volentieri condividiamo questa riflessione dell’associazione L’Albero di Antonia, da tempo sul territorio per contrastare la violenza di genere.

“Era un’avvocata penalista esperta in diritto di famiglia Raffaella, la donna di 40 anni uccisa a Perugia mercoledì 25 novembre, nel giorno della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. A ucciderla è stato il marito, con uno o due colpi di carabina da caccia, sparati al basso ventre. In casa, nell’altra stanza, il figlio di 6 anni. Col passare delle ore, la stampa fornisce nuovi dettagli, e conferma quanto sospettavamo: Raffaella subiva violenza da parte del marito. La testimonianza di una collega parla di liti in famiglia, fino ad arrivare all’episodio di giugno: picchiata, come altre volte, aveva subito la rottura di un timpano. Ma non aveva denunciato.

Dopo l’episodio di giugno, Raffaella non era più andata a lavorare. Aveva motivato la decisione con il fatto che non voleva creare disagi, lei sempre più turbata. Aveva anche confidato che il marito non voleva che lavorasse. Questa nuova ennesima tragedia annunciata conferma quanto già sa chi si occupa di violenza sulle donne: l’uccisione avviene di solito dopo un percorso di violenza, umiliazioni, controllo, un’escalation di segnali inequivocabili di pericolo.

Non vogliamo più sentir parlare di “dramma della gelosia”, di “raptus della follia”, di “motivi passionali”: questi uomini uccidono al culmine di un percorso di sopraffazione e asservimento, l’uccisione è solo il gesto finale, il culmine della rabbia che porta all’annientamento definitivo.
In questo quadro drammatico esprimiamo dolore e preoccupazione per il figlio, vittima nel modo più atroce di violenza assistita.

Questo ulteriore femicidio ci getta nello sconforto e nell’impotenza ma, come donne che operano quotidianamente nei Centri Antiviolenza per prevenire e contrastare la violenza di genere, ci spinge a perseverare con più forza nel proposito di fermare questa strage di donne che non ha fine, indegna di un paese che ama definirsi civile, di fermare questi uomini che cancellando una donna ne vogliono cancellare la vita, l’autonomia di pensiero e di azione, di agire con la prevenzione con le nuove generazioni, mettendo le basi per relazioni affettive sane, basate sul mutuo rispetto e sull’accettazione dell’altra/o come individuo. Ma il nostro impegno da solo non basta, ha bisogno di un supporto concreto per poter agire in modo incisivo. Non ci servono impegni che rimangono solo promesse.

Il Sindaco di Perugia, Andrea Romizi, al termine di una nota ufficiale inviata alla stampa afferma:
“Sia personalmente che come istituzioni non possiamo assistere impotenti ai continui e crescenti episodi di femminicidio. Siamo tutti chiamati ad un rinnovato e sentito impegno, mettendo in campo ogni possibile iniziativa per fermare questa strage”.
E la Presidente Marini in un comunicato su Facebook: “( …) Questa e’ una vera emergenza sociale e culturale (…) Dobbiamo fermare questa strage delle donne uccise solo perché donne da uomini che dovrebbero garantirle relazioni civili, affettive ed umane (…) Nei prossimi giorni d’intesa con altre istituzioni assumerò una iniziativa pubblica per azioni concrete utili a tutelare le donne”.

Peccato che – nella realtà – gran parte dei fondi statali destinati ai Centri Antiviolenza di Terni e Perugia siano bloccati nelle casse comunali da molti mesi, con operatrici senza salario, e case rifugio con donne e bambini senza fondi, costrette ai salti mortali per la sopravvivenza.

A questo proposito scrive Daniela Albanesi, Presidente del Centro per le pari opportunità in un comunicato del 20 novembre:
“Non c’è altro termine, se non sdegno, per rappresentare come Presidente del Centro per le pari opportunità della Regione Umbria (…) il sentimento di fronte alla notizia dell’accoglimento, nella Prima Commissione Consiliare, dell’emendamento che, di fatto, riduce a briciole i fondi previsti per il disegno di legge sulle politiche di genere (…)” Si veda comunicato completo qui.

Mentre il consigliere regionale Sergio De Vincenzi (Gruppo Ricci Presidente) così si esprime il 12 novembre scorso:
“(…) le procedure adottate sia dai Centri stessi che dai servizi sociali preposti devono essere attentamente valutati, per far sì che le azioni siano sempre più appropriate e rispondenti alle delicate, e spesso controverse, questioni di cui si debbono occupare. (…) l’assoluta necessità di predisporre attenti controlli delle procedure adottate dai servizi sociali preposti e dagli stessi Centri Antiviolenza e delle Associazioni che le gestiscono. D’altra parte (…) anche le risorse investite nel corso degli anni in queste strutture, che sono evidentemente correlati alle richieste di accesso, sono cospicui e ad essi devono corrispondere non solo servizi efficienti e all’altezza del bene delle persone che vi accedono, ma anche offrire le massime garanzie di correttezza nell’accertamento e nella gestione dei casi”. Si veda articolo completo qui.

Questo breve sguardo sulla vera situazione economico- politica rende evidente la situazione di reale difficoltà vissuta da chi la violenza la combatte ogni giorno in prima persona, in un paese dove al contempo si vive una continua mercificazione e spettacolarizzazione della violenza sui media. Non di espressioni di cordoglio, grandi enunciazioni, buone intenzioni e controlli dall’alto dei cosiddetti fondi cospicui hanno bisogno dunque i Centri Antiviolenza e gli operatori che lavorano per prevenire e contrastare la violenza sulle donne, ma di fatti concreti e della garanzia di un sostegno continuo da parte delle istituzioni”.

www.alberodiantonia.org