“Fa’ la cosa giusta!” RAV e Liberamente Donna insieme a Bastia

La Rete delle donne AntiViolenza è a Bastia anche quest’anno a “Fa’ la cosa giusta” insieme a all’associazione Liberamente Donna. Siamo molto felici che le nostre amiche e sorelle ci ospitino in questo bellissimo spazio con i nostri materiali informativi. Insieme e in rete per contrastare la violenza contro le donne12118859_1053478351337070_597520290866032083_n

Violenza di genere e sessismo linguistico. Alcune considerazioni

di Silvana Sonno

Mi occupo da diversi anni di violenza di genere – quella che oggi si chiama “femminicidio” – e sono sempre più convinta che il suo contrasto deve esplicarsi – direi soprattutto – come prevenzione, agendo sulla formazione delle nuove generazioni, ma anche sulla revisione di stereotipi e pregiudizi di cui siamo tutti/e portatori e portatrici, grazie all’educazione ricevuta e al clima culturale in cui viviamo. E in quest’ottica ho scritto Le parole per dirsi. L’altra metà della lingua (ed. Era Nuova) dove raccolgo le raccomandazioni pubblicate nel 1987 da Alma Sabatini contro il sessismo linguistico, aggiungendo considerazioni generali e suggerimenti concreti,che ritengo possano essere utili a chi desidera usare consapevolmente la lingua e le sue metafore, senza che essa escluda o marginalizzi il genere femminile, dentro un orizzonte finalmente inclusivo delle diffrenze.

Rivolgo questo libro soprattutto alle donne, per aiutarle e stimolarle a sciogliere dubbi e contraddizioni. Anche le donne, infatti, si trovano spesso a difendere posizioni che mettono in discussione il loro status sociale e intellettuale “in quanto donne”. Può sembrare un paradosso ma proprio la maggiore istruzione di cui godono oggi le donne e le loro più ampie possibilità professionali hanno, in molti casi, peggiorato la percezione di sé, almeno in quelle cosiddette emancipate. Ricordate la domanda esasperata del professor Higgins in My fair lady?Why can’t a woman be more like a man?” (trad. Perché una donna non può essere più uomo?). Oggi molte donne possono rispondere che questo è possibile, ma a patto di prendere le distanze dal parterre di esseri fragili, deboli, incostanti, “uggiolanti”, in definitiva di femmine isteriche, che la società ci ha apparecchiato. Non si può far carriera così! E dunque si aprono due strade: o combattere la cultura che sostiene tali parametri, oppure negare e oscurare la differenza che penalizza, e trasformarsi in “uomini”.

Nel bel saggio di Virginia Woolf Le tre ghinee l’autrice dichiara di essere disposta a investire una ghinea per sostenere un college destinato all’istruzione femminile, di cui riconosce l’importanza come garante dell’indipendenza, soprattutto economica, delle donne, a patto che vi vengano insegnate solo le discipline che portano a costruire relazioni positive fondate sul rispetto e sull’accoglienza: “l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri …”, una cultura lontana da quella contrassegnata dalla legge del Padre. L’argomento del saggio è soprattutto il problema della pace, e di quanto le donne possano diventare capaci di contrastare la follia della guerra che Woolf conosce bene, ma Virginia non manca mai di sottolineare la sostanziale contiguità tra pubblico e privato, perché «le tirannie e i servilismi dell’uno sono le tirannie e i servilismi dell’altro», ponendo con forza la necessità di pensieri e comportamenti coerenti con la propria specifica “posizione”. Riportando queste osservazioni di una voce autorevole al nostro presente, dobbiamo osservare quanta strada le donne hanno fatto, lottando per l’inclusione in ogni sfera della vita pubblica, ma pagando per questo costi personali pesantissimi, che possiamo sicuramente includere nella categoria del femminicidio. Infatti esso si è – in qualche modo – “arricchito” di nuove e inquietanti articolazioni, tante quante sono le possibilità agite dalle donne, che hanno messo/mettono in crisi lo “scambio ineguale”tra i generi, e da questa prospettiva mi sembra inevitabile indicare come unica via d’uscita la via di una trasformazione radicale della scena sociale, dove poter vivere – in sicurezza – da protagoniste. Questa via richiede pensieri e pratiche volte a pensare il mondo, e noi donne dentro il mondo, alla luce dei nostri desideri e dei nostri compiti, finalmente liberati dalla monocrazia patriarcale, affrontando in via preliminare un lavoro di messa in discussione di antiche e nuove certezze, magari cominciando dalla reimpostazione del codice linguistico a cui tutte/i siamo abituate/i, il simbolico, come si dice, che nutre e sostiene l’immaginario sanguinario che diciamo di voler combattere, ma non sempre riusciamo a riconoscere in noi stesse/i.

Sono ancora moltissime le donne che si presentano e rappresentano utilizzando il genere maschile, persino donne con incarichi istituzionali di primo piano e con deleghe volte al raggiungimento delle pari opportunità, negando così il cambiamento epocale dei rapporti di potere avvenuti per merito del femminismo, non solo tra uomo e donna ma tra patriarcato e altre identità sociali. Dentro una crisi complessiva, che definirei crisi di civiltà, si rende ancora più evidente il meccanismo per cui le donne che raggiungono posizioni di visibilità, soprattutto in politica, sono coloro che aderiscono, o in seguito tendono a uniformarsi, ai modelli linguistici, politici, culturali dominanti. E l’impotenza a raggiungere i risultati di contrasto alla discriminazione contro le donne, che la commissione CEDAW ci rimprovera, dipendono fortemente, a parer mio, dalla reticenza con cui stentiamo a immaginare un mondo veramente diverso. Ma anche l’immaginazione è figlia del linguaggio. E dunque, perché porre al centro dell’attenzione la competenza linguistica? Perchè è innegabile la relazione lingua/pensiero/realtà, proposta, già negli anni ’30 da due antropologi linguisti, Edward Sapir e B.L. Whorf, i quali formularono l’ipotesi che la lingua non solo espliciti il pensiero ma lo condizioni, non solo racconti la realtà, ma la plasmi. «La lingua, in quanto sistema che riflette la realtà sociale, ma al tempo stesso la crea e la produce, diviene il luogo in cui la soggettività si costituisce e prende forma, secondo modalità che articolano la differenza sessuale come opposizione, o, peggio, per derivazione, negando al femminile parità di statuto col maschile, che si trova nella doppia posizione di termine specifico per uno dei sessi e di termine generico per l’intero genere umano. In questo modo il linguaggio, come la cultura, dà voce a un solo soggetto, negando alla differenza sessuale di liberare le sue potenzialità creative, perché incapace di rispecchiare due diverse soggettività.» (S.Sonno,L’in/differenza del potere. Ragionamenti d’altro genere, Graphe.it edizioni).Il compito di rendere la nostra lingua finalmente inclusiva dei due generi, sostituendo l’universo dell’Uomo col multiverso dell’Uomo e della Donna, dove tutte le differenze possono trovar posto e essere rappresentate e narrate in un discorso a più voci, spetta a ognuna/o di noi, ma soprattutto alle donne, «che sanno più d’ogni altro soggetto quanti stereotipi e pregiudizi intrappolano le vite raccontate in immagini e parole, che anche l’educazione perpetua, se non sa liberare la lingua dagli intralci di un indirizzo normativo che, mentre accoglie ogni sciatto neologismo utile ad allargare il mercato delle nuove merci, fa resistenza strenua ad esplicitare – solo applicando le regole che pur garantiscono ad ogni sistema linguistico di riprodursi e vivere – la pluralità dei viventi e dei vissuti.»(op. Cit.)In quanto elemento relazionale per eccellenza, dimora delle diverse identità che interagiscono nello scenario sociale, la lingua è duttile e aperta a ospitare tutte le novità poste dalla tecnologia e dalle emergenze antropologiche, attraverso l’accoglienza di parole straniere e la formazione di neologismi ritenuti adatti e presto appresi dai/lle parlanti, «occorre però, dentro l’assunzione di questa necessaria ecologia della lingua, intervenire decisamente perché essa in primo luogo sappia rappresentare le due principali articolazioni della nostra specie: il maschile e il femminile e consentire loro una interazione paritaria e capace di far emergere le migliori, specifiche risorse di ognuna/o. Da molti anni anche le Istituzioni comunitarie raccomandano agli stati nazionali l’importanza di favorire il corretto sviluppo dell’identità di genere, che ha come fine il riconoscimento della piena dignità, parità e importanza del genere femminile ( come di quello maschile, che la lingua però assume tradizionalmente a norma), nel rispetto del dettato costituzionale che riconosce a ogni individuo – senza distinzioni – pari posizione, e si pone oggi come requisito indispensabile per la formazione personale, culturale e sociale delle nuove generazioni.

La violenza maschile sulle donne è sistemica e non si può né si deve affrontare in modo emergenziale, sulla scia emotiva dell’ultimo efferato femmicidio, ma costante, capillare, organico e coerente, capace in questo modo di de-costruire e ri-costruire un tessuto sociale altrimente destinato a rimanere qual è: inadatto a accogliere e rappresentare “in polifonia” tutte le differenze che il mondo globalizzato – ora più che mai – impone, dentro ogni relazione sociale (individuale, economica, politica). A partire dalla negazione della prima differenza, quella tra corpi diversamente sessuati, su cui la cultura ha impresso tutte le incrostazioni che chiamiamo genere, come dichiara anche il Consiglio d’Europa: “Genere è la definizione socialmente costruita di donne e uomini. E’ l’immagine sociale della diversità di sesso biologica, determinata dalla concezione dei compiti, delle funzioni e dei ruoli attribuiti a donne e uomini nella società e nella sfera pubblica e privata. E’ una definizione di femminilità e mascolinità culturalmente specifica, che come tale varia nello spazio e nel tempo…Genere non è solo una definizione socialmente costruita di donne e uomini, è anche una definizione culturalmente costruita della relazione tra i sessi. In questa definizione è implicita una relazione ineguale di potere, col dominio del maschile e la subordinazione del femminile nella maggioranza delle sfere della vita.” Formare la coscienza critica degli/delle adolescenti, a partire dalla corretta percezione di sé, e dunque combattendo il sessismo permanente nella nostra cultura, è per tutte/i coloro che operano nel campo dell’educazione, sia come insegnanti che come autori/autrici e editori/editrici di testi da proporre alle nuove generazioni, sia per coloro che operano nei media – altra importante agenzia educativa – , un passo fondamentale in questa direzione, mantenendo chiaro che non si tratta di formulare neologismi o “forzare” norme morfosintattiche, ma di predisporre gli strumenti per una costruzione della identità capace di sviluppare e comprendere tutte le risorse che la dimensione sessuale della nostra specie mette a disposizione dell’umanità tutta. Le trasformazioni che hanno investito negli ultimi decenni la nostra società hanno richiesto degli adeguamenti linguistici per poter “nominare”- che è il compito principale delle lingue – la nuova realtà che si stava affermando, ma la resistenza culturale e la struttura che millenni di patriarcato hanno impresso nella lingua rendono ancora oggi molto difficile alle donne ritrovarsi dentro una narrazione che le rappresenti fino in fondo. E non sembri un passaggio troppo audace, ma finché la donna non avrà parole da spendere per sé, autonomamente espresse a partire da una posizione riconosciuta e apprezzata, sarà sempre connotata come un soggetto inferiore, una “intrusa” nella logosfera maschile, anzi l’intrusa per antonomasia, oggetto sempre disponibile della violenza che si intende prevenire e contrastare. Come ha recentemente affermato Alessandra Bocchetti: “Se le donne riescono a far parlare la loro differenza si ritrovano a mani piene: possiedono una grande sapere dei corpi, una grande conoscenza del cuore umano, una grande capacità di ascolto, di accoglienza e di cura.” Bisogna mettere loro a disposizione “le parole per dirsi”. » (S.Sonno, Le parole per dirsi. L’altra metà della lingua, ed.Era Nuova)